Shock culturale: esperienze di vita quotidiana

Shock culturale è un termine utilizzato per descrivere i sentimenti di ansia, smarrimento, disorientamento e confusione che una persona prova a causa di un improvviso cambiamento dello stile di vita dovuto al trasferimento in un ambiente sociale e culturale differente, per esempio un Paese straniero. – Wikipedia

shock culturale

Iniziare una nuova vita in un nuovo paese non significa solamente abituarsi a vivere in una città che non si conosce, ma anche integrarsi in uno stile di vita totalmente diverso e a cambiamenti culturali che, come primo impatto, possono risultare scioccanti: spesso si presentano barriere comunicative tra parlanti di lingue diverse e tra persone che parlano varianti di una stessa lingua; una diversa cultura significa un cambiamento del proprio stile di vita adattandosi ad usanze, tradizioni, etica ecc. In questo caso bisognerebbe riconsiderare le proprie aspettative e valutare in modo critico i pro e i contro della nuova avventura all’estero.

Tuttavia, far parte di una nuova cultura apre molte porte e dà l’occasione di sperimentare lo stile di vita unico di quel luogo, come assaggiare cibi che non mangeresti altrove, vedere posti e vivere situazioni che possono trasformarsi in storie meravigliose da raccontare a casa.

shock culturale

Quando sono andata a vivere a Lisbona nel 2012 non ho percepito grandi differenze, se non la sensazione che il tempo scorresse più lento. Il Portogallo è un paese mediterraneo e mi sono sentita a casa fin dal primo giorno.

Lo stesso non è successo in Inghilterra, quando mi sono trasferita nello Yorkshire nel 2014. Il primo mese è stato un po’ scoraggiante perché ero convinta di essere una persona capace di adattarsi ovunque. Nonostante l’esperienza in Erasmus sia stata divertente, costruttiva ed indimenticabile, ammetto che all’inizio ho trovato talmente tante piccole differenze con l’Italia che mi sono sentita un po’ spaesata. Avevo la sensazione che il tempo mi sfuggisse di mano: i negozi chiudevano presto e mi ritrovavo a metà pomeriggio senza poter comprare ciò che mi serviva (non parlo dei supermercati, quelli sono aperti fino a mezzanotte e li ho amati per questo!) mentre i pub servivano la cena solo fino alle 8.30 quando in Italia si esce di solito a quell’ora. Ho dovuto, quindi, riadattare i miei orari anticipandoli di almeno un paio d’ore.

Un altro aspetto era il diverso rapporto tra coetanei: nell’Europa mediterranea, a prescindere dal grado di confidenza, ci si saluta con un abbraccio, uno o due baci sulla guancia e c’è decisamente più contatto fisico, sorrisi e calore. In Inghilterra questo manca: gli studenti erano timidi, mi salutavano appena e, quando lo facevano, tenevano spesso con lo sguardo basso. Ho stretto numerose amicizie con gli altri studenti stranieri ma, per quanto riguarda gli inglesi, i numeri si abbassano a solo con 3-4 ragazzi in 6 mesi. Per me è stato frustrante, perché in Italia sono abituata a fare amicizia presto e a chiacchierare di tutto perfino con perfetti sconosciuti. Trovavo veramente scoraggiante il fatto di aver studiato per un intero semestre in una classe di 10 studenti inglesi e non aver veramente mai iniziato una conversazione, se non giusto con uno di loro. Inoltre loro studiavano l’italiano come lingua di specializzazione e mi aspettavo un po’ più di curiosità nei miei confronti essendo l’unica madrelingua! Suppongo che in Italia (e nei paesi latini in generale) sia più facile organizzare un incontro, un aperitivo o una cena quando una classe è composta da solo 10 persone.

Questi sono stati alcuni aspetti del mio Erasmus in Inghilterra e posso dire adattarsi a nuovi orari e i rapporti interpersonali sono stati per me un piccolo shock culturale.

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Ecco altri esempi che sono riuscita a raccogliere…

“Quando otto anni fa ho deciso di vivere all’estero, non avevo idea di cosa mi aspettava. Non sapevo che da allora in poi avrei vissuto sempre con la “saudade”. La “saudade” è una parola portoghese che può essere tradotta come nostalgia, mancanza di qualcosa/qualcuno che non abbiamo più. Trovarsi lontani dalla famiglia e della nostra zona di conforto ci fa ripensare a tutto quello che abbiamo già vissuto, ai nostri rapporti personali, alla nostra visione del mondo. I miei primi anni in Italia sono stati abbastanza difficili, ho dovuto imparare una lingua nuova, studiare e lavorare allo stesso tempo e cercare di risolvere da sola tutti i miei problemi. I genovesi non sono molto aperti a nuove amicizie e ho sofferto molto prima di capirlo. Quando si ha 19 anni crediamo di sapere tutto, di essere indipendenti, di avere un carattere ormai definito, ma non è così. Abituarsi alla vita di un Paese straniero è complicato, ma se uno ha la voglia di crescere e di imparare, può essere una esperienza che ci cambia completamente la vita. Oggi io amo l’Italia, mi sento a casa e sono sicura che questi anni mi hanno fatto diventare una persona migliore. Sono partita, e non riuscirò mai a tornare indietro. Non si può tornare indietro e quando ce ne accorgiamo ormai non siamo più gli stessi.” – Raquel, 27 anni. Paese di origine: Brasile – Paese di destinazione: Italia.

“When I first came here, I was scared at first because it was my first time abroad, and I was all alone. I thought it was going to be much more difficult than it had actually been. I didn’t get much of a culture shock, because I spent quite some time researching how it was going to be and how things work in the UK before coming here. But I was surprised to see how helpful people are, and how friendly everyone is. I guess it depends on the type of person you are. For me, it was fine because I’m a loner by nature, so when I find myself alone sometimes, I enjoy it instead of feeling anxious. But for others that is a major problem. Also, the weather doesn’t affect me much, and I’m mentioning this because I heard from some of my friends how the weather here in the UK made them depressed; well, the thing is I quite like the rain so it was right up my alley. :)) All in all, I guess I haven’t really found myself in a difficult situation since coming to Hull.” – Alina,  22 anni. Paese di origine: Romania – Paese di destinazione: Inghilterra. 

Sono arrivato in Italia avendo già conseguito il primo livello di italiano a Luanda.  Da questo punto di vista, l’inizio è stato molto facile e avendo una borsa di studio non ho dovuto nemmeno pagare il visto; in più erano compresi vitto e alloggio quindi avevo delle garanzie. Ovviamente in un primo momento c’è stato un lato negativo, ovvero il fatto che fossi solo, ma credo questo succeda con ogni nuovo inizio altrove, lontano dalla proprie abitudini. Per quanto riguarda le difficoltà di adattamento in un paese straniero devo per forza parlare di discriminazione. Ho avuto diverse esperienze negative in aeroporto: mi sono iscritto all’Università di Torino nel 2008 e tornavo spesso a Lisbona in aereo partendo ogni volta da Torino. Mi fermavano sempre, sempre! Non ho ricordo di una volta in cui non sia successo. E poi mille domande: dove vai? Quanti anni hai? Di dove sei? Da quanto tempo sei qua? E nel frattempo facevano annusare la mia valigia al cane per vedere se avessi qualcosa… Ogni volta che prendevo l’aereo mi fermavano, allora ho pensato che ci dovesse essere qualcosa di particolare nell’aeroporto di Torino così, ingenuamente, ho pensato di cambiare aeroporto. Ho provato da Milano ed è stato perfino peggio! Ovviamente anche lì sono stato fermato senza nessuna ragione. Un altro episodio spiacevole è successo a Genova dopo essere uscito dalla mensa universitaria. Eravamo un gruppo di studenti e siamo stati fermati, ma ovviamente i poliziotti hanno chiesto i documenti solo ai neri. Questa per me è discriminazione, perché noto un comportamento differente. – Graciano, 30 anni. Paese di origine: Angola – Paese di destinazione: Italia

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Annalisa

Siciliana di nascita e genovese di adozione, classe 1988.
Poliglotta, vegetariana e cittadina del mondo con l’ambizione di unire sogni e lavoro in una sola parola: viaggiare.

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