Isole Samoa: le prime impressioni

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L’ultimo viaggio del mio 2015 è stato in assoluto il più straordinario, distante, esotico (e caro) della mia vita. Il destino ha voluto portarmi in Samoa, grazie ad una coincidenza di eventi, un biglietto aereo relativamente economico e l’impulsività di cliccare sul tasto “prenota”. Dopo tre giorni di viaggio, due cambi e la sfiga di avere sempre la valigia smarrita tra gli aeroporti del pianeta, mi sono ritrovata in un arcipelago paradisiaco tra la Nuova Zelanda e le Hawaii, il classico posto da cartolina dove non esiste mai l’inverno e dove la cultura è ancora ben radicata.

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Queste isole non sono molto conosciute in Italia: su internet ho trovato poche informazioni e quasi nessuno ne parla, fatta eccezione per un paio di blogger australiani o americani in forma molto blanda. Quando si pensa alle isole del Pacifico per viaggi da sogno o luna di miele, la nostra mente va quasi esclusivamente a Tahiti o alla Polinesia Francese. Il turismo europeo è poco sviluppato in Samoa, mentre sono numerosi i visitatori dal resto dell’Oceania.

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Andare per la prima volta fuori dai confini europei e scegliere un luogo così lontano ha avuto su di me un impatto notevole. Prima di questo viaggio, l’unica destinazione con una cultura “diversa” è stata la Turchia. Chi ha già viaggiato per il mondo, soprattutto in Centro e Sudamerica e in Asia avrà sicuramente una visione diversa delle Samoa, probabilmente con un occhio più abituato non solo ai paesaggi, ma soprattutto allo stile di vita. Nel mio caso tutto è stato una novità, anche dettagli e cose apparentemente banali, ma partiamo dall’inizio…

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All’aeroporto di Sydney, dove aspetto finalmente l’ultimo aereo per Apia, sono praticamente l’unica turista. Mi sento osservata, ma spesso mi rendo conto che sono solo paranoie dovute alla stanchezza del viaggio. Avevo già conosciuto ragazzi samoani sulle navi, ma finalmente vedo anche le donne avvolte nei loro tipici vestiti variopinti. Sono mediamente più alte e più robuste della donna-tipo mediterranea. Sull’aereo sono seduta accanto ad una ragazzona che, incuriosita, mi chiede da dove vengo e quali sono i miei progetti, poi, con un sorriso sincero, mi augura una splendida permanenza in Samoa.

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Poco prima dell’atterraggio, le hostess di bordo distribuiscono dei documenti da compilare: motivo della visita, dove si alloggia e beni da dichiarare. Una volta arrivata, gli addetti dell’immigrazione (e anche tutti gli altri dell’aeroporto) mi hanno rifatto le stesse domande:

“Come mai sei qui? Dove andrai a stare? Quanto rimani? Ah, ma come mai hai il fidanzato samoano? Dove l’hai conosciuto?”

e per un attimo ho avuto il dubbio se fossero domande di rito o se fossero sfociate nella curiosità personale. Tutto ciò accompagnato dalla musica di tre ragazzi che, nonostante fosse l’alba, suonano e cantano canzoni samoane accanto al recupero bagagli.

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Nel frattempo il sole inizia a colorare il cielo di un rosa acceso e la strada che porta verso il centro città è costeggiata da palme a ridosso del mare. Inizio a vedere le prime case (chiamate fale), villette indipendenti coloratissime e, davanti a queste, strutture aperte chiamate faletalimalo (o guest house) usate per le riunioni, per ricevere amici e parenti e dove i bambini possono giocare. Passando con l’auto, i villaggi si susseguono velocemente, ognuno annunciato da un cartello di legno rosso con la scritta in giallo.

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Samoa, Samoa… Prima di conoscere i ragazzi sulle navi, avevo sentito parlare di queste isole solo negli studi dell’antropologa Margaret Mead durante i miei corsi universitari. Non avrei mai immaginato di ritrovarmi qui.

Le mie impressioni?

Decisamente positive, nonostante un solo caso di “ti frego perché sei un turista” presso una struttura turistica dove avevo quasi pensato di alloggiare una notte. I samoani sono persone solari, ospitali e divertenti e le loro risate sono fragorose e contagiose. Attraversando i villaggi in auto, si saluta conoscenti e non con brevi colpi di clacson e i bimbi che giocano per strada fanno ciao con la mano “Faaaaaa! Bye byeee!”. È un continuo salutare tutti. Sul serio. Qui in Italia a stento si parla col vicino di casa. Tra i giovani (anche sconosciuti) si usano tranquillamente termini come “sis” (sister) o “sole” (ragazzo) per attirare l’attenzione di chi si vuol chiamare, sicuramente un modo di fare più “affettuoso” del nostro.

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La fortuna di essere in pochi ad abitare le isole Samoa rende questo popolo unito e fortemente patriottico. I samoani sono apparentemente meno stressati e più felici di noi occidentali, sorridono sempre, vivono con tempi più lenti, lavorano tantissimo anche dopo il proprio turno, magari per aiutare l’attività di un amico o un parente, non li ho mai sentiti lamentarsi (anche se a bordo sono tra i ragazzi che fanno lavori pesanti) e sono ospitali verso tutti. Non c’è la fobia dello sconosciuto come da noi e spesso mi è capitato di dare passaggi in macchina a chi faceva cenno per strada.

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Sono anche estremamente religiosi: è caratteristico vederli vestiti di bianco la domenica mentre si recano a messa. La famiglia è l’altra colonna portante della loro cultura e per famiglia si intende quella estesa, non il semplice nucleo genitori-figli. Nelle case vivono spesso anche i cugini, suoceri o zii a seconda della volontà degli sposi. Il fatto di avere famiglie numerose e stretti legami anche con la parte allargata rende le case sempre popolate da bambini che giocano e adulti che collaborano tra loro: ognuno ha un ruolo e, chi non lavora, si occupa comunque delle piantagioni della famiglia.

Photo source: vsa.org.nz

Questi rapporti si traducono anche in grosse cerimonie e riunioni familiari per raggruppare e far conoscere anche i parenti più lontani, soprattutto quelli che vivono overseas, cioè in Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti. Durante il periodo di Natale i voli per Apia sono sempre al completo, si alloggiano i parenti in seconde case e pensioni quando ormai i posti nella propria casa sono esauriti, si affittano auto e si prenotano strutture adatte alle cerimonie. Ho notato diversi cartelli in giro per la città che mi hanno fatto pensare a queste riunioni come qualcosa di sentito e importante.

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Il mio viaggio è durato solo due settimane e, anche se ho trascorso interamente la vacanza con persone locali in una totale immersione nella loro cultura, ho ancora molto da imparare sul loro stile di vita. A differenza di altre isole della Polinesia, Samoa è molto attaccata proprie radici e combatte ogni giorno per mantenerle forti nonostante le continue influenze occidentali. Si respira la tradizione nel modo di mangiare, vestire, gestire il denaro, vivere gli spazi, nella struttura della casa e nell’educazione della famiglia. Mi sono creata un’idea vaga del loro modo di vivere, perciò vorrei solo esprimere sul blog le mie prime impressioni, evitando di cadere in banalità eurocentriche.

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Tuttavia, ho anche avuto dei momenti di debolezza (chiamarli “shock culturali” mi sembra troppo forte), nel senso che mi sono trovata totalmente immersa in abitudini di vita quotidiana, paesaggi e modo di pensare diversi dai miei. In certi momenti mi è mancata l’Europa, dove non devo chiedere come comportarmi e cosa fare per il timore di fare brutta figura o offendere.

Andare in Polinesia significa cambiare assolutamente tutto: dal modo di sedersi a quello di entrare in casa ecc. ma ve ne parlerò più avanti. Tutto dipende dalla propria capacità di adattamento: io ho fatto molte domande cercando di integrarmi per quanto possibile ma, per la prima volta, mi sono resa conto che la mia identità europea è fortemente radicata. Non avevo mai provato questa sensazione, eppure sono costantemente in contatto con persone di tutto il mondo.

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Ok, raccontata in questi termini sembra che sia stata traumatizzata da questa vacanza. A parte ragni (per me giganti) e acqua fredda nella doccia perché tanto è estate tutto l’anno (non la troverete in nessuna casa, al massimo in qualche resort per occidentali), le mie due settimane in Samoa sono state indimenticabili.

Oltre a luoghi da sogno, sono rimasta colpita dalla determinazione dei samoani nel conservare la propria identità e ho trovato meraviglioso lo stretto legame con la famiglia allargata e la disponibilità verso il prossimo in generale.

Non si è mai soli, si ha sempre un supporto nei momenti di bisogno o una persona con la quale andare a divertirsi il sabato sera. Il loro modo di vivere decisamente più semplice del nostro mi ha fatto quasi pensare alla vita di noi occidentali: siamo nervosi, insoddisfatti, attaccati in modo maniacale al denaro, schiavi del tempo e soprattutto pieni di paranoie mentali.

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Annalisa

Siciliana di nascita e genovese di adozione, classe 1988.
Poliglotta, vegetariana e cittadina del mondo con l’ambizione di unire sogni e lavoro in una sola parola: viaggiare.

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